REarVIEW — Residenza Nº14: Al-technoor
- Tonito Solinas
- 2 gen
- Tempo di lettura: 3 min
31 gennaio-10 febbraio 2019
Ci ho messo veramente tanto ad elaborare un’opinione sulla Residenza n.14 di S’Ala.
Da un lato per quel senso di superiorità morale che percepisco quando mi avvicino a verità assolute che — anche quando offerte con garbo e rispetto — rimangono pur sempre “imposte”.
Dall’altro perché gli ultimi anni mi hanno abituato ad un contemporaneo che inquadra un problema, pone una domanda esistenziale e offre una risposta estetica, esito di un percorso strettamente personale (oppure, lo concedo, collettivo...).
Qui la questione è un po’ più complessa, perché la domanda e la risposta si inseriscono in un percorso già segnato che (forse) trovo più difficile da accettare come genuinamente artistico. La ritualità e l’estetica sono note e mi chiedo quanto in là si possa spingere l’artista per rimanere in uno spazio in cui riuscirà a non tradire la fede, da un lato, e lo spettatore, dall’altro.
E' certo interessante per capire l’evoluzione dell’artista.
Ad ogni modo, c’è una nota di misticismo che mi ha reso le cose più facili.
Innanzitutto, uno spiegone sul titolo e sui miei riferimenti culturali, altrimenti è più difficile orientarmi.
"Al Noor” (“della Luce”) è un nome associato a diverse moschee, di cui una (quella di Christchurch in Nuova Zelanda) atterrata sulle pagine dei giornali nel 2019 perché colpita da un attacco terroristico. Il nome "Moschea della luce" fa riferimento alla guida divina che illumina il fedele nel percorso dell’Islam.
Il “Tech noir” (in assonanza con technoor), mette insieme un’estetica fatta di ombre, tecnologia e futurismo distopico, sonorità synthwave, un’elettronica dark e l’eterno conflitto tra l’essere umano e “il sistema”. Ha molto a che fare con il recupero di un’identità organica in un mondo iperconnesso e matrigno.
Questi sono i due presupposti su cui si basa questa mia riflessione.
Ma partiamo da PANTONE 11-4201 Cloud Dancer.

Cloud Dancer è un bianco che non acceca, un respiro dentro un mondo troppo saturo e visivamente inquinato.
Qualche giorno fa, Pantone ha ufficializzato il Colore dell'Anno 2026.
Mooooolto contestato in un mondo (per lo più statunitense) che vive con una certa preoccupazione l'apologia del bianco!!!
Ma Cloud Dancer è vuoto fertile in cui tutto può ricominciare.
Ora, cos'ha a che fare il colore dell'Anno con la Residenza n. 14?
Nel momento in cui scrivo, mi accorgo che il colore dell'anno è "misticamente" identico (diciamo simile per evitare smentite...) a quello del quadernetto su cui Sara Zaltash ha rappresentato la sua preghiera.

Quindi è proprio in questo spazio — fatto di silenzio che non è assenza, ma promessa — che io inserirei S’ALA — Residenza Nº14: Al-technoor.
Una residenza che nasceva dalla necessità di incontrare se stessi e gli altri, senza timore, con la serenità di chi accetta che il confronto, oggi come nel 2019, sia inevitabile per chi vuole davvero comprendere il mondo.
Al-technoor era il progetto in cui la performer e mistica musulmana Sara Zaltash e l’artista-attivista multidisciplinare Rhodri Karim univano respiro, fede, elettronica e visione. La residenza contribuiva a creare materiale per il loro primo disco, la prima tournée e un primo videoclip.
"Un lavoro che esplora come le recitazioni del Corano possano vivere e vibrare nell’era digitale."
L'intente era di attingere da ore di ricerca sonora e spirituale, un andare e tornare dal divino, per attivare un dialogo con la/le divinità. Si collegava al progetto Approaches to Embodied Islam: “la poesia, le preghiere, i canti, il cuore del viaggio del mio corpo verso questa fede che ho ereditato e che sono determinato a fare mia”, scriveva Zaltash.
"Rivendicando il potenziale devozionale della musica elettronica, al-technoor abita spazi di estasi tecnologica, dove il fuoco dello spirito umano arde tra hardware e materia grigia, in un’alchimia che unisce lo spontaneo all’eterno. La stessa musica che muove le sfere ci attraversa, si fa carne, si fa voce, si fa onda." (dalla descrizione della Residenza)
Trovo divertente che il bianco etereo di Cloud Dancer si inserisca in maniera così naturale nella riflessione della residenza: uno spazio che purifica, che toglie rumore, che rende possibile l’ascolto. Un luogo dove l’interiorità si apre come una finestra. Un nuovo inizio, una nuova forma, un nuovo modo di stare nel mondo.
Come scriveva Sara durante il suo primo soggiorno in Sardegna, “in sole due settimane si sono presentate nuove opportunità di allineamento con l'Exquisite Ethical Natural Luxury, un'espressione che ripeto spesso in questi giorni”: un lusso etico, naturale, essenziale — lo stesso che ritroviamo in questo bianco. Un bianco e una Sara che respirano insieme all’isola, ai suoi monti, alle sue acque, ai nuraghi, alla storia che affiora dalle pietre.
Un bianco che, come l’alba del suo “Call at Dawn”, restituisce dolcezza, chiarezza, luce nuova.
Al-technoor è una realtà a cui penso che dovrò riavvicinarmi perché, per quanto il "prodotto" rimanga ancora fumoso, a distanza di qualche anno continua a stimolare riflessioni.
Credo che meriti attenzione.

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